La Fotografia

Quella zona sul fiume era uno dei pochi angoli di paradiso di Singapore, lontano dalla fitta e stressante ragnatela di traffico e cemento in cui era intrappolata la città.

Con le gambe penzoloni sul pontile l’agente Mork rimuginava sul da farsi. Il messaggio dell’assassino era stato chiaro: alle 17 in punto, sul pontile che fa da sponda tra Erwood e Main Street, morirà una persona ogni venti minuti. Ineccepibile.

Eppure gli sembrava strano, altamente improbabile, che potessero avvenire degli omicidi in quella zona talmente frequentata e sotto gli occhi di tutti, in pieno giorno. E poi era totalmente all’oscuro del movente. Ma un serial killer, probabilmente pazzo, ha davvero bisogno di un movente per farsi beffe della vita umana? Questo Mork non lo sapeva, ma sapeva che avrebbe dovuto inventarsi qualcosa, da lì a breve, o quelle ipotetiche vittime gli sarebbero rimaste sulla coscienza per lungo, lungo tempo. Era entrato in polizia per compiacere suo padre, ma col tempo il senso del dovere e la protezione del prossimo gli si erano incollati addosso, era divenuto tutt’uno con la divisa. Ed ora era ora di dimostrare quanto valeva.

16:45

Quindici minuti e tutto avrebbe avuto inizio. Era davvero possibile? L’acqua era così calma e il sole alto nel cielo; una giornata talmente tranquilla da risultare banale.

16:59

Niente, non era riuscito a trovare un’idea su come agire e non gli era restato che aspettare la mossa dell’assassino. Forse si trattava di un bluff, forse non sarebbe successo nulla.

17:00

Nulla.

17:01

Ancora nulla. Nessuno sparo, nessuno spargimento di sangue.

Mork tirò un sospiro di sollievo e rilassò le gambe, tese fino a pochi minuti fa. Ma all’improvviso l’aria di quel sabato mattina così tranquillo venne squarciata da un grido. Un grido di bambina, assordante, lancinante. L’agente si precipitò nella direzione dell’urlo e vi trovò appunto una bambina, paralizzata dal terrore e con le lacrime agli occhi. A terra giaceva, esanime, una donna dai capelli biondi, sulla quarantina. Morta. Un rivolo di sangue le colava da un buco sul petto, un foro di proiettile. Tutt’intorno si andava generando il panico e la gente fuggiva tra urla e spintoni.

‘Come ho fatto a non udire lo sparo?’ si chiese Mork, che si sentiva beffato ‘Ma certo idiota, un silenziatore…’ Alzò lo sguardo, cercò di capire da dove era arrivato il colpo. La luce del forte sole estivo lo abbagliava e non rendeva più semplice la ricerca.

«Dannazione!» disse fra i denti, non riuscendo a venire a capo di quell’enigma.

17:10

Era arrivata l’ambulanza e i paramedici stavano caricando la donna uccisa su una barella, per portarla via. Altre macchine della polizia erano sopraggiunte per tentare, invano, di ripristinare la calma.

‘Dannazione, altri dieci minuti e morirà qualcun altro’ pensò amareggiato Mork. Tutt’un tratto un bagliore dall’alto lo costrinse a distogliere lo sguardo. Era un bagliore intermittente, che andava e veniva, che…si muoveva, innaturale. Mork rialzò la testa cercando di carpire l’origine di quella luce. Con gli occhi socchiusi ebbe l’illuminazione: IL CAMPANILE DI S. JACOB!. ‘Ma certo! Un fottuto cecchino!’. Non fece in tempo ad elaborare questo pensiero che le sue gambe s’erano già messe in moto, di scatto, automaticamente. Stava correndo all’impazzata tra le casette colorate di Erwood Street, cercando di raggiungere la torre campanaria prima dello scadere del tempo.

17:13

17.14

Arrivò trafelato all’ingresso della torre, la quale, guarda un po’, era chiusa per ristrutturazioni. Cercò di spingere il portone ma niente.

17:15

Una, due, tre spallate e la grossa porta di legno scricchiolava, ma non si apriva. Alla quarta riuscì finalmente a buttarla giù e prese a correre come un pazzo per la lunga scalinata che lo attendeva.

17:17

‘Da quand’è che sto salendo cazzo? Quanti gradini mancano? Merda! Tre minuti!’ guardando l’orologio si sentì assalire dall’apprensione. Per fortuna mancavano due rampe di scale alla cima della torre, dove una porta aperta lasciava filtrare la luce del giorno nel buio antro dove si trovava.

17:18

Arrivò in cima e si fermò. Purché non avesse tempo, doveva mantenere una certa calma. Affannosamente mise la mano sulla fondina della pistola e l’estrasse lentamente. Fece un passo, poi un altro, accostandosi all’entrata della sala della torre, dove migliaia di turisti dovevano essere passati per ammirare Singapore dall’alto. Si sporse leggermente e vide ciò che voleva vedere. Un uomo vestito di nero, accovacciato per terra e piegato su un fucile da cecchino, probabilmente uno Storm 430 di origine russa, stava scrutando attentamente l’esterno della torre.

Quell’immagine bastò da sola per mettere in moto il corpo di Mork. Si lancio dentro la stanza, nella luce del giorno, e puntando la pistola verso l’assassino gridò: “MANI IN ALTO STRONZO!”

L’assassino non mosse un muscolo. Continuava a scrutare l’esterno con il fucile impugnato. Erano le 17:19.

“HO DETTO MANI IN ALTO, NON LO RIPETERò UNA SECONDA VOLTA”

E non lo ripeté. A dieci secondi dalle 17:20, Mork aprì il fuoco sulla schiena dell’assassino, che continuava a non girarsi ed ignorare gli ordini dell’agente. Si girò su un lato con un goffo movimento. Morto. Era la prima volta che uccideva qualcuno. Si sentì di colpo strano, vuoto, un sapore amaro nella bocca. La città sotto di lui era invece immobile nella quotidiana normalità che la soggiogava, ignara del gioco di morte che s’era consumato proprio lì, appena qualche decina di metro più in alto.

Il Punto di Vista di Un Estraneo

Vedere come l’uomo possa fare del male a sé stesso, ai suoi simili, è davvero cosa curiosa, quasi incredibile se non fai parte di quella società che secoli di sangue e sofferenza ha aiutato ad edificare nel tempo. L’unico nel mondo animale, a mio avviso, mosso da intenti differenti dalla fame o dalla difesa della propria specie. Vedere quei due aereoplanini, piccini piccini, schiantarsi contro quelle due enormi lastre di cemento, dritte e proiettate verso il cielo, e buttarle giù come un mazzo di carte sospinto da un debole venticello, oh sì, è cosa da non crederci.

E un altro fatto strano, mi viene da aggiungere, è vedere come quanto più un evento risulti drammatico, orrendo, sconvolgente, terribile e disastroso, tanto più esso rimarrà assorbito nella memoria dell’umana specie, scolpito nei meandri del cervello umano. Questo giorno, che se non erro per gli umani debba essere universalmente riconosciuto come giorno undici del settembre dell’anno duemilauno, resterà per sempre. I nomi e le vite di chi è morto invece, scompariranno per sempre, sia dal ricordo della gente sia normale scorrere degli eventi.

Questo è davvero singolare.

Questo è causato da uomini, contro altri uomini, per volere di altri uomini ancora.

Questo, io, non lo capirò mai.

Introduzione

Bologna La Dotta. Bologna La Grassa. Bologna La Rossa.

Bologna La Sbronza. Bologna La Stronza.

Dedalo di strade che mi porta a te. Labirinto di portici che non conduce a nulla.

Questa è Bologna. Questo e tante altre cose.

Percorro, percorro, percorro e cerco. Cerco percorrendo. Le statue, le piazze, le torri. Mi stendo sotto le torri. Ah! Notte magnifica! Simulacro di una pace che non esiste. O forse c’è, dentro di me. Cerco il mio io. Dov’è? Eccolo. Il mio io, sta bene. No, troppo facile, ho bisogno di cercare. Di trovare. E allora percorro. Continuo a percorrere.

Mi mescolo a persone come me. Tanti io messi assieme. Gente.

Gente vestita bene.

Gente vestita male.

Gente vestita male che si crede vestita bene. E’ la cosa peggiore.

Ma in fondo cosa conta?

Conta solo essere qui, questa notte, magnifica. Bologna è questa. Infinite possibilità mascherate da strade. Strade che non conducono a nulla. Nulla che porta al tutto. Questo è vivere. Questo è sognare. Questa è la notte.

Percorro.

Percorro.

Percorro.

Questa notte lunga come una strada infinita, traguardo irraggiungibile di felicità. Ma mi basta così. Essere in ballo. E ballare.

Fuori dal locale un tizio come me. Fuma una sigaretta e sta bene. Io ho la grana in tasca e mi sento bene. Il domani lascialo stare. Ci penseremo poi amico mio. Ho il tabacco in tasca e mi sento bene. Ho bevuto e mi sento bene. Questo tizio sta come me, bene. Non serve conoscersi per sapere che il momento è questo, ora, questa notte. Non serve conoscersi per ritrovarsi. Lì in quel posto, davanti al locale. Ho il domani in tasca e mi sento bene.

Bologna non fa sconti, in termini di felicità. E allora balliamo.

Una ragazza che passa. Balla con me, stella fugace. Balla, come se fosse la tua ultima notte. Balla, e mescolati a questo, tutto di un nulla meraviglioso. Il domani non esiste. Io e te. Il domani non c’è. Fidati di me. Il momento è questo, ora, questa notte. No invece. La tua strada è diversa. La tua strada non è la mia. La tua strada non mi sta bene. Mi sta male. Io sto male. Questa città è troppo grande.

Percorro.

Percorro.

Percorro.

C’è cosa più meravigliosa? Vino. C’è cosa più meravigliosa?

Amici. Amici ovunque. Non ti conoscevo eppure adesso siamo amici. Questa è Bologna. Polveriera di amicizia, anfratto di parole. Parole, parole, parole. Io bevo quello che tu hai da dirmi, in questa notte di incoscienza. Io prendo quello che tu hai da darmi, in questa notte di incertezza.

Mi sento vivo quanto basta.

Il resto è granello di sabbia, il vento spande. Ahi ragazza meravigliosa, torre di desiderio. Ahi fantastica compagna, le tue tette sono dappertutto. Questa è la mia città. Questo voglio, adesso, senza riserve. Ah! Notte magnifica! Tanti io messi assieme. Grazie.

Grazie per la simpatia. Grazie per l’empatia. Questa è Bologna. Questo e tante altre cose.

Gente come me. Il mio luogo. Il mio posto.

Viene dalla provincia. Vieni a vedere. Vieni a vivere. Ti apro le porte. Ti apro il cuore.

Amico, sei mio, in questa strade che sembrano dire “Forza, la mattina è lontana, forza, dobbiamo dare il meglio!”. Scorpioni gialli di energia. Eh no, non è abbastanza. Si parte. Si resiste. Vuoi chiudere il locale, vuoi illudere il baccanale. Eh invece no. No finché la polveriere sarà accesa. No finché la voglia sarà in attesa. In noi. Per noi. Nulla finirà.

Alcool. Alcoool con tre o. Fantastico analgesico di una vita non vissuta. Vissuta ora, fondo di un bicchiere dischiuso su di me. Una tipa. Si dischiude su di me. Fantastica visione. Fantastica eccezione. Serata perfetta fatta di strade. Più tardi sarà casa, vino, letto. Vengo. Vengo in queste strade che non finiscono mai, che non chiudono mai, che non mi deludono mai. Domani sarà una delusione amico mio, lo so bene, ma oggi no. Io e te, su questo letto rigido di marmo. Su questo tempo, povero di un parto. Parto di una gioia che non c’è, gioia vera che non esiste, gioia vera impalpabile. E invece si! La gioia vera è il momento che io posso raccontare, ora, adesso, qui, inesplicabile.

Percorro.

Percorro.

Percorro.

Poveracci. Guarda a quei poveracci.

Senza soldi. Né una storia, né una sorriso. Campi a fare? Guadagnare non ha mai reso. Migliore. Guadagnare è un corvo nero, alto sopra di te, gracchiante di sfacelo. Devi uscire. Devi gridare. Devi sfondare. Sfondare questo dedalo di strade, lume sfavillante di lucentezza. Eppure esiste. In te. In me. In noi. Fantastico è stare. Qui. Ora. Adesso. Fantastico è guardare i tuoi occhi, i tuoi. I tuoi gesti. Toccarmi. Tastarmi. Fantastico.

Questo conta. Il momento. Quando lo vedi. Il momento. Lo senti, lo vedi, lo hai. E allora niente conta, niente conterà, ora per sempre nei secoli dei secoli. Momento. Signore Momento nostra Santità. Ce l’ho dentro. Lo possiedo.

Mi fermo.

Mi fermo.

Mi fermo.

L’ho trovata.

La scheggia.

L’ho trovata la scheggia. La scheggia di luce nel buio della notte. E’ un attimo che ti colpisce, arriva a segno, il resto è dimentico nell’esplosione dell’emozione che in quest’attimo esiste. Tutta intera, esiste.

Questa volta ci sei, nella dimensione. La tua dimensione. E’ la mia. Quindi la nostra. Che importa. Siamo arrivati, siamo cooordinati. Con tre o.

Guardo.

Guardo.

Guardo.

Stare fermo è una limitazione, devi capire. I tuoi occhi. Nei miei. I nostri occhi. Scorpioni gialli di energia. Frenesia. Posso anche crepare ora. Non lo ricorderei. Ma va bene così. Io e te, in questa città. E tutto questo, quello, che mi sta sul cazzo si perde nel tuo sguardo. E mi sta sul cazzo che non si trova mai un parcheggio. Mi stanno sul cazzo le fiche acchittate, che non ti degnano di uno sguardo. Mi sta sul cazzo l’estate, che fanno quaranta gradi. Il traffico, mi sta sul cazzo. I semafori rossi. Gli urli, le grida. Mi stanno sul cazzo i buttafuori, che non mi fanno entrare. E la municipale. Mi stanno sul cazzo le file alle poste. Mi sta sul cazzo la spesa che ogni mese costa di più. Le tasse, lo stato, il qualunquismo. L’università, i professori, le borse di studio. LA MERITOCRAZIA. O come dire, la raccomandazia. I figli di papà, i raccomandati, i milanesi. La macchina del papi. Questo mi sta sul cazzo. E una marea di altre cose. Il coinquilino che non porta fuori la spazzatura. Il punkabbestia. Il fichetto. Il ricchione. Il pappone. Anarchia.

Abbiamo sprecato anche questa serata. Queste ore. Sembrerebbe. E’ davvero così? Ce le ricorderemo? Domani, dopodomani, lungo tutto il mese? Ma che importa? Il momento, quello vero, è adesso. Il resto è nebbia, alcool, futilità. Nullità. Delusione. Perdizione. Il momento, quello vero, non tornerà. Sfruttalo. Sotto questa luce afferralo. E non lasciarlo. E’ tuo, vuole essere tuo, può essere nostro. Il momento, quello vero, va condiviso.

Lo condivido.

Il momento.

Adesso e adesso e adesso.

Lo assaporo.

Lo assaporo.

Lo assaporo.

Domani sarà un’altra giornata ma il momento, quello vero, non può aspettare. Nel buio della notte diventa luce, diventa vero, diventa reale. Tangibile. Mio. Tuo. Nostro.

#24 Una Di Quelle Giornate

Non chiedetemi come, ma mi ritrovo a vivere in questa casa con il giardinetto e la piscina; il tutto, senza necessità alcuna di soffermarsi sulla questione, esula da quell’emaciato budget che percepisco ogni dieci del mese, ma tant’è. Non mi dilungherò troppo sull’argomento, le lunghe descrizioni si sa non piacciono a nessuno, tanto meno di questi tempi, per cui mi limiterò a dire che è una bella piscinetta ovoidale, senza infamia e senza lode, ma abbastanza grande da fruire di quelle rare giornate assolate che ogni tanto capitano da queste parti. Ed è proprio una di queste, di cui mi sto mettendo a raccontare.

Sono qui in veranda, con un libro sotto il naso e una canzone dei This Will Destroy You, ad ammazzare il tempo e soprattutto la noia, i raggi del sole che colpiscono come dardi tutto quello che incontrano e l’acqua al cloro che risplende come una grande macchia color oro-argento. Vento non ce n’è, se non qualche spiffero annoiato che fa danzare di tanto in tanto le fronde dei grandi alberi che ricoprono i lati del giardino, lungi da me saperne la nomenclatura botanica, tutto è fermo, sembrerebbe essere una di quelle giornate fatte apposta per oziare e che diresti per certo non possa capitare nulla che sia degno di esser messo nero su bianco, come invece sto facendo.

Lo sguardo è fisso sulle pagine di questo romanzo (che a dir la verità non è niente di che) quando, alzandolo appena, mi sembra di notare questa figura nera, a tratti enorme, raggomitolata ad un lato della piscina. Lì per lì, tra i raggi del sole che mi offuscano la vista e l’afa che mi annebbia lo spirito, non do molto importanza a quella visione, tornando in breve con lo sguardo sulle righe di quanto sto leggendo. Ma poi, come per un naturale ritorno di riflesso, rialzo gli occhi e la figura è molto più vicina a me, quasi sulle scalette della veranda, assumendo ora credito e forma, la forma di un omaccione di colore, che non so come non so dove, è finito nella mia proprietà, e dalle goccioline d’acqua che gli imperlano la pelle dev’essersi anche concesso un piccolo rinfresco nelle acque della mia piscina.

«E tu saresti…?» faccio io interdetto, la paura dovuta all’incontro con uno sconosciuto non aveva ancora preso parte nella mia mente, forse per gli stessi motivi che mi avevano portato ad ignorarne la comparsa qualche attimo prima.


«Ehi amico, devi aiutarmi.»

«Beh, capirai che la situazione è un po’ strana» inizio io, ma le parole sono come pronunciate da un’altra persona, come se venissero da qualcuno dietro di me «sei nel mio giardino, nella mia piscina, io non ti conosco, e mi chiedi aiuto. Comunque, sentiamo, di che si tratta?»

«La mia ragazza abita nella casa qui di fronte. Abbiamo avuto una lite, bella forte» e solo ora che dice questo noto dei tagli sulle sue braccia scure, tagli da graffio che ancora stillano sangue. Una parte di me si domanda se abbia infettato la piscina in qualche modo, ma poi il me faccia a faccia con quest’individuo conclude che ci siano cose più importanti a cui pensare al momento. «Non so cosa è successo, mi ha mandato in bestia come solo lei sa fare e…ho pensato bene di sfasciarle l’auto…ah!, cosa mi sarà venuto in mente!?»

«Le hai sfasciato c-cosa?!»

«L’auto, la macchina.» e certo che avevo ben capito la prima volta, senza l’uso di sinonimi superflui.

«Ah.»

«Mi aiuti per favore? Credo lei abbia chiamato la polizia..»

«La C-COSA?»

«La poliz…»

«SI DIAMINE HO CAPITO! E COSA VORRESTI CHE FACESSI? CHE TI NASCONDESSI IN CASA MIA?»

«S-sì»

Mi poggio una mano sulla fronte che inizia a riempirsi di sudore. Da dove è uscito questo tizio? Cosa diavolo vuole da me? Cosa dovrei fare?

«Ti prego amico…credo che stiano arriv…» ma non riesce a finire la frase che un grido proveniente dalla parte destra della staccionata che delimita il giardino dilania la tranquillità di quella giornata così apparentemente inutile.

«E’ QUI! E’ QUI! PRENDETELO!!»

D’un tratto, dalla stessa direzione dell’urlo, vedo sbucare un poliziotto un po’ grassottello, l’andamento è goffo e sciatto, così come il salto che sta compiendo per scavalcare la recinzione. Il ragazzo, dal canto suo, se l’è già data a gambe, sparito dall’altro capo della piscina e poi in strada, è chiaro che non c’era partita. Dallo stesso lato da cui è sparito, vedo palesarsi un altro poliziotto, questa volta più slanciato e in forma del suo compare, ma comunque in ritardo. I due stanno comunicando tramite radiolina.

«E’ andato in quella direzione, chiamo una volante di rinforzo a controllare»

«Ecco bravo, fai così…»

Poi il grasso mi si avvicina.

«Ehi lei…il tizio che è scappato…lei sa chi è?»

«Mai visto in vita mia.»

«Mmm…okay…strano, perché da circa un anno e mezzo si frequentava con la ragazza che vive esattamente un numero civico più in giù, lungo la strada.»

«Vivo qui da due mesi.» e la voce mi esce involutamente sftrafottente, tant’é che il grasso mi lancia un’occhiata accigliata.

«D’accordo. E cosa vi siete detti prima che arrivassimo qui?»

«Niente di che, l’ho trovato che nuotava in piscina. Aveva dei graffi sulle braccia. Credo abbia accennato ad una lite con questa ragazza e al fatto che probabilmente le abbia sfasciato la macchina»

«Probabilmente. Cosa intende per probabilmente

«Si cioè…mi stava raccontando questa cosa, quando siete arrivati…lasci stare il probabilmente.»

«Mmm…e va bene…noi continuiamo a cercare nei dintorni. Se dovesse vedere quest’uomo o avere sue notizie, sa cosa deve fare vero?»

«Chiamare la polizia?»

«Bravissimo.»

E sparisce. Finalmente ritorno io, il libro, e la piscina. La giornata, vuota e ferma fino a quindici minuti fa, è ancora intorno a me. Resto lì ancora una ventina di minuti, impalato a ripensare su quello che è successo come un automa, senza iniziative da prendere.

Poi finalmente mi decido e vado in cucina. Apro il frigo e rimango lì a guardare dentro, quando un piccolo rumore, quasi impercettibile, risuona per un momento alle mie spalle. Giro di poco il capo e lui è lì, l’uomo nero, rannicchiato dietro una poltroncina color verde oliva, con il capo preso tra le mani. Trema.

«Amico..» dice con il fiato spezzato. Dev’essere entrato dal retro. In questa zona, in aperta campagna, non è raro che le persone lascino la porta aperta durante il giorno; a quanto pare, in aperta campagna, ci si fida ancora della gente.

«Ehi…senti non puoi stare qui. Lo sai vero?»

«Lo so ma fammi il favore…»

«Ora chiamo la poliz…» e tiro fuori il cellulare.

«NO! NON FARLO!»

«Amico…se scoprono che sei qui, finisco nei guai anche io. Non ne voglio sapere.»

«Senti te l’ho già detto. Quella puttana…mi ha fatto uscire fuori di testa, mi si è chiusa la vena amico. Non c’ho visto più. Se sai cosa intendo..»

«Posso immag…»

«Mi è saltata addosso quella cagna!» mi interrompe «e perché poi? Solo perché non volevo andare a prendere la bimba a scuol…»

«La bimba?!»

«La bimba si! Ma c’era questo incontro di boxe che non potevo perdermi sai? Era un mese che l’aspettavo…non potevo…mi ha detto registralo…RE-GI-ST-RA-LO…lo puoi credere mai? Roba da pazzi no?»

«Già da pazzi» faccio io, ma la voce mi risuona in testa e capisco che non dev’essere molto ferma «senti, come t’ho detto poco fa, io non ci voglio entrare. Non puoi stare qui, non puoi proprio capisci? Quindi ora o te ne vai o dovrò chiam…»

«TI HO DETTO CHE TU NON CHIAMI NESSUNO!» e non me lo dà proprio il tempo di reagire, perché con un balzo è su di me e le sue forti braccia mi stanno stringendo il collo. Il telefono scivola dalla mia mano e cade a terra.

Mi piego sulle ginocchia e il respiro inizia a mancarmi, il cuore che pompa sangue all’impazzata verso il cervello per farmi restare vigile e sembra invece schizzarmi fuori dal petto da lì a un momento dopo. Sento il fiato di lui sul collo, il suo ringhio animalesco mi entra dentro mentre sto annegando in un mare di sudore; ancora poco e sarà tutto buio.

Ma succede invece che la presa si allenta, così, come quando inserisci la chiave in una serratura in cui combacia perfettamente. Poco prima, lontano o vicino non potrei dirlo, credo di aver avvertito un rumore secco e improvviso alle mie spalle, ma così ovattato che potrebbe anche esser venuto dall’altra stanza, e invece quello che vedo ora chiaramente è il corpo del mio aggressore accasciarsi floscio dietro di me, come un castello di carte che ha perso tutta la sua virilità. L’aria torna a riempirmi i polmoni e tiro fuori uno sbuffo che sembra più un grido gelido di liberazione.

Mi volto e lui è lì, sudato come me se non di più, il mio coinquilino tiene un souvenir di Amsterdam nella mano ondeggiante, un fallo di ceramica di circa trenta centimetri, bianco, con su scritto “Welcome” in almeno dieci lingue differenti. Sulla punta del glande, sembra esserci una piccola chiazza rossa di sangue.

Lo guardo senza proferire parola, e ancora traballante raggiungo con la mano il cellulare, mentre con il piede esitante tasto l’uomo a terra, per accettarmi che sia completamente privo di sensi.

Poi senza perdere altro tempo, compongo il 113.

Il Vangelo Secondo Gesù Cristo #15

Ma il male, che è nato con il mondo e, a quanto è dato sapere, ha imparato da questo, fratelli amati, il male è come la famosa e invisibile araba fenice che, mentre sembra che stia morendo nel fuoco, da un uovo che le sue stesse ceneri hanno generato torna a rinascere.

Il bene è fragile, delicato, è sufficiente che il male gli spiri sul viso l’alito caldo di un semplice peccato perché gli si bruci per sempre la purezza, gli si spezzi lo stelo di giglio e appassisca la zagara.

Il Vangelo Secondo Gesù Cristo #14

Ma prima bisogna tornare a Gesù di Nazaret e ad alcune sue preoccupazioni che dimostrano quanto il cuore dell’uomo sia eternamente insoddisfatto e il semplice dovere compiuto, in fondo, non procuri poi tanta soddisfazione come continuano a ripeterci coloro che si accontentano di poco.

Il Vangelo Secondo Gesù Cristo #11

Il deserto è tale e quale si vede, ci circonda, ci accerchia, in qualche modo ci protegge, ma quanto a dare, non dà alcunché, ci guarda soltanto, e se il sole si è coperto all’improvviso e perciò diciamo – il cielo accompagna il mio dolore – siamo degli stupidi, perché in questo esso è di un imparzialità perfetta, non gioisce per le nostre letizie né s’intristisce per le nostre pene.